Poesie

10 agosto di Giovanni Pascoli

X AGOSTO San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra i spini; ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell'ombra, che attende, che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l'uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono. Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male!Giovanni Pascoli

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Divina Commedia, Inferno Canto VII

"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!", cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe,disse per confortarmi: "Non ti noccia la tua paura; ché, poder ch'elli abbia, non ci torrà lo scender questa roccia". Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia, e disse: "Taci, maladetto lupo! consuma dentro te con la tua rabbia. Non è sanza cagion l'andare al cupo: vuolsi ne l'alto, là dove Michele fé la vendetta del superbo strupo". Quali dal vento le gonfiate vele caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele. Così scendemmo ne la quarta lacca, pigliando più de la dolente ripa che 'l mal de l'universo tutto insacca. Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa nove travaglie e pene quant'io viddi? e perché nostra colpa sì ne scipa? Come fa l'onda là sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s'intoppa, così convien che qui la gente riddi. Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa, e d'una parte e d'altra, con grand'urli, voltando pesi per forza di poppa. Percotëansi 'ncontro; e poscia pur lì si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?". Così tornavan per lo cerchio tetro da ogne mano a l'opposito punto, gridandosi anche loro ontoso metro; poi si volgea ciascun, quand'era giunto, per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra. E io, ch'avea lo cor quasi compunto, dissi: "Maestro mio, or mi dimostra che gente è questa, e se tutti fuor cherci questi chercuti a la sinistra nostra". Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci sì de la mente in la vita primaia, che con misura nullo spendio ferci. Assai la voce lor chiaro l'abbaia, quando vegnono a' due punti del cerchio dove colpa contraria li dispaia. Questi fuor cherci, che non han coperchio piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio". E io: "Maestro, tra questi cotali dovrÈ io ben riconoscere alcuni che furo immondi di cotesti mali". Ed elli a me: "Vano pensiero aduni: la sconoscente vita che i fé sozzi, ad ogne conoscenza or li fa bruni. In etterno verranno a li due cozzi: questi resurgeranno del sepulcro col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. Mal dare e mal tener lo mondo pulcro ha tolto loro, e posti a questa zuffa: qual ella sia, parole non ci appulcro. Or puoi, figliuol, veder la corta buffa d'i ben che son commessi a la fortuna, per che l'umana gente si rabuffa; ché tutto l'oro ch'è sotto la luna e che già fu, di quest'anime stanche non poterebbe farne posare una". "Maestro mio", diss'io, "or mi dì anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?". E quelli a me: "Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v'offende! Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche. Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli e diè lor chi conduce sì, ch'ogne parte ad ogne parte splende, distribuendo igualmente la luce. Similemente a li splendor mondani ordinò general ministra e duce che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e d'uno in altro sangue, oltre la difension d'i senni umani; per ch'una gente impera e l'altra langue, seguendo lo giudicio di costei, che è occulto come in erba l'angue. Vostro saver non ha contasto a lei: questa provede, giudica, e persegue suo regno come il loro li altri dèi. Le sue permutazion non hanno triegue: necessità la fa esser veloce; sì spesso vien chi vicenda consegue. Quest'è colei ch'è tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode, dandole biasmo a torto e mala voce; ma ella s'è beata e ciò non ode: con l'altre prime creature lieta volve sua spera e beata si gode. Or discendiamo omai a maggior pieta; già ogne stella cade che saliva quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta". Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva sovr'una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva. L'acqua era buia assai più che persa; e noi, in compagnia de l'onde bige, intrammo giù per una via diversa. In la palude va c' ha nome Stige questo tristo ruscel, quand'è disceso al piè de le maligne piagge grige. E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso. Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co' denti a brano a brano. Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi l'anime di color cui vinse l'ira; e anche vo' che tu per certo credi che sotto l'acqua è gente che sospira, e fanno pullular quest'acqua al summo, come l'occhio ti dice, u' che s'aggira. Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, portando dentro accidïoso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra". Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra". Così girammo de la lorda pozza grand'arco, tra la ripa secca e 'l mézzo, con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.

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Montale: spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. 5 Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. (Eugenio Montale - da Ossi di seppia)

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Il 5 maggio di Alessandro Manzoni

Si tratta di una delle più note odi civili di Alessandro Manzoni. Fu dedicata a Napoleone Bonaparte. Oggi è il 5 maggio. Di seguito il testo. IL CINQUE MAGGIO Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, 5 così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all'ultima ora dell'uom fatale;né sa quando una simile 10 orma di piÈ mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà. Lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque; 15 quando, con vece assidua, cadde, risorse e giacque, di mille voci al sònito mista la sua non ha: vergin di servo encomio 20 e di codardo oltraggio, sorge or commosso al sùbito sparir di tanto raggio; e scioglie all'urna un cantico che forse non morrà. 25 Dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno; scoppiò da Scilla al Tanai, 30 dall'uno all'altro mar. Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza: nui chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui 35 del creator suo spirito più vasta orma stampar. La procellosa e trepida gioia d'un gran disegno, l'ansia d'un cor che indocile 40 serve, pensando al regno; e il giunge, e tiene un premio ch'era follia sperar; tutto ei provò: la gloria maggior dopo il periglio, 45 la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio; due volte nella polvere, due volte sull'altar. Ei si nomò: due secoli, 50 l'un contro l'altro armato, sommessi a lui si volsero, come aspettando il fato; ei fÈ silenzio, ed arbitro s'assise in mezzo a lor. 55 E sparve, e i dì nell'ozio chiuse in sì breve sponda, segno d'immensa invidia e di pietà profonda, d'inestinguibil odio 60 e d'indomato amor. Come sul capo al naufrago l'onda s'avvolve e pesa, l'onda su cui del misero, alta pur dianzi e tesa, 65 scorrea la vista a scernere prode remote invan; tal su quell'alma il cumulo delle memorie scese. Oh quante volte ai posteri 70 narrar se stesso imprese, e sull'eterne pagine cadde la stanca man! Oh quante volte, al tacito morir d'un giorno inerte, 75 chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, stette, e dei dì che furono l'assalse il sovvenir! E ripensò le mobili 80 tende, e i percossi valli, e il lampo dÈ manipoli, e l'onda dei cavalli, e il concitato imperio e il celere ubbidir. 85 Ahi! forse a tanto strazio adde lo spirto anelo, e disperò; ma valida venne una man dal cielo, e in più spirabil aere 90 pietosa il trasportò; e l'avvïò, pei floridi sentier della speranza, ai campi eterni, al premio che i desideri avanza, 95 dov'è silenzio e tenebre la gloria che passò. Bella Immortal! benefica Fede ai trïonfi avvezza! Scrivi ancor questo, allegrati; 100 ché più superba altezza al disonor del Gòlgota giammai non si chinò. Tu dalle stanche ceneri sperdi ogni ria parola: 105il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, sulla deserta coltrice accanto a lui posò. Alessandro Manzoni

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Epigrafe – di Vincenzo Guarna

EPIGRAFE Scrivete sulla mia tomba: “Visse Per ischerzo”. Il mio inferno in questa epigrafe. Perché i giorni tramarono vicende e io in quelle vicende, senza convinzione: anima divisa, inerte volontà. E vissi per ischerzo e oggi nulla è veramente mio. Un muro sotto la luna, il tedio dei ricordi, questo vuoto disagio. Vincenzo Guarna “TRE ISTORIE” Estratto da “Galleria” n. 1-2 Gennaio Aprile 1967

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If

Presto si voterà in molti Comuni, agli amministratori che escono e a quelli che entrano vogliamo segnalare la famosa "letter to the son" di Rudyard Kipling, "Lettera al figlio" che di seguito ritrovate nella versione inglese e la traduzione italiana. Uno scritto che serve a far riflettere e meditare "Letter to the son" by Rudyard Kipling If you can keep your head when all about you Are losing theirs and blaming it on you, If you can trust yourself when all men doubt you, But make allowance for their doubting too; If you can wait and not be tired from waiting, Or being lied about, don't deal in lies, Or being hated, don't give way to hating, And yet don't look too good, nor talk too wise: If you can dream - and not make dreams your master; If you can think - and not make thoughts your aim; If you can meet with Triumph and Disaster And treat those two impostors just the same; If you can bear to hear the truth you've spoken Twisted by knaves to make a trap for fools, Or watch the things you gave your life to, broken, And stoop and build 'em up with worn-out tools; If you can make one heap of all your winnings And risk it on one turn of pitch-and-toss, And lose, and start again at your beginnings And never breathe a word about your loss; If you can force your heart and nerve and sinew To serve your turn long after they are gone, And so hold on when there is nothing in you Except the Will which says to them: "Hold on!" If you can talk with crowds and keep your virtue, Or walk with Kings - nor loose the common touch, If neither foes nor loving friends can hurt you, If all men count with you, but none too much; If you can fill the unforgiving minute With sixty seconds' worth of distance run: Yours is the Earth and everything that's in it, And - which is more - you'll be a Man, my son! "Lettera al figlio" di Rudyard Kipling Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te la stan perdendo e te ne attribuiscono la colpa, se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te ed essere indulgente verso chi ti dubita; se sai aspettare e non stancartene, e mantenerti retto se la calunnia ti circonda e non odiare se sei odiato, senza tuttavia apparire troppo buono né parlare troppo da saggio; se sai sognare senza abbandonarti ai sogni; se riesci a pensare senza perderti nei pensieri, se sai affrontare il Successo e la Sconfitta e trattare questi due impostori nello stesso modo; se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui; se sai guardare le cose, per le quali hai dato la vita, distrutte e riesci a resistere ed a ricostruirle con strumenti logori; se sai fare un fascio di tutte le tue fortune e giocarlo in un colpo solo a testa e croce e sai perdere e ricominciare da capo senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso; se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi muscoli a sorreggerti anche quando sono esausti, e così resistere finchè non vi sia altro in te oltreché la volontà che dice loro: "Resistete!"; se riesci a parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà, o ad avvicinare i potenti senza perdere il tuo normale atteggiamento, se nè i nemici né gli amici troppo premurosi possono ferirti, se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo; se riesci a riempire l'inesorabile minuto dando valore ad ogni istante che passa: il mondo e tutto ciò che è in esso sarà tuo, e, quel che conta di più, tu sarai un Uomo, figlio mio!

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Il passero solitario di Giacomo Leopardi

Il passero solitarioD'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finchè non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, Sospiro acerbo dÈ provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? che di me stesso? Ahi pentirornmi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.

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Il Busento

«Cupi a notte canti suonano da Cosenza su'l Busento, cupo il fiume gli rimormora dal suo gorgo sonnolento.Su e giù pe 'l fiume passano e ripassano ombre lente: Alarico i Goti piangono il gran morto di lor gente. Ahi sì presto e da la patria così lungi avrà il riposo mentre ancor bionda per gli òmeri va la chioma al poderoso! Del Busento ecco si schierano su le sponde i Goti a pruova, e dal corso usato il piegano dischiudendo una via nuova. Dove l'onde pria muggivano, cavan, cavano la terra; e profondo il corpo calano a cavallo, armato in guerra. Lui di terra anche ricoprono e gli arnesi d'or lucenti: de l'eroe crescan su l'umida fossa l'erbe de i torrenti! Poi, ridotto ai noti tramiti, il Busento lasciò l'onde per l'antico letto valide spumeggiar tra le due sponde. Cantò allora un coro d'uomini: "Dormi, o re, nella tua gloria! Man romana mai non vÑ—oli la tua tomba e la memoria!" Cantò, e lungo il canto udivasi per le schiere gote errare: recal tu, Busento rapido, recal tu da mare a mare.» (Giosuè Carducci, La tomba sul Busento.)

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Elegia al padre di Vincenzo Guarna

Ora che il dolore s'allontana e il tempo della tua morte, mi si rischiara intera la solitudine che seppero i tuoi ultimi anni dopo che un cardiologo ti trovò danneggiato il miocardio e compromesse, al limite, le arterie...Come un animale ferito, sedevi la gran parte dei tuoi giorni nel tuo angolo di stanza e il tuo silenzio, come un rimorso senza colpa, mi feriva e offendeva. Poi ti guardavo, così esile, così perduto nel lembo di vita che t'avanzava e si scioglieva la mia rancura in una pena muta. Fuori il paese squallido e inerte, la tua antica nostalgia, la pietra di paragone mentre, di lontano, solo, senza studi e ambizioso ti faticavi il tuo povero successo nella carriera della Guardia di Finanza. Io pensavo al ritorno, una stupita mattina d'infanzia. Ho ricostruito la tua vita sull'ordito dei tuoi avari ricordi, delle rare confidenze: l'infanzia miserabile e orgogliosa, le lodi dei maestri di scuola per il tuo forte ingegno, le vuote esortazioni a continuare gli studi, il futuro segnato, di stenti e umiliazioni nella squallida bottega di tuo padre… E già i tuoi antichi compagni di scuola s'erano mutati: quelli avviati agli studi, con gli occhiali, i discorsi tra loro, il disagio d'ignorarti; quelli chiusi nella fatica con un cupo orgoglio di condannati; gli altri, irrassegnati, emigravano in America o popolavano – col pietoso sdegno del parroco, dal pulpito, le domeniche – violenti e neghittosi le osterie. Nelle sere di luna, di strade Deserte, di rare finestre illuminate ai palazzi, di silenzio, solitario suonavi la chitarra e ti nasceva dal ritmo, soave e dolorosa, d'emergere alla chiusa dignità del medico, del maestro, dell'avvocato, una smania lunga che credevi invidia ed era, inerme e inconsapevole, un senso di giustizia e di rivolta. Fin quando un manifesto affisso nell'atrio del Comune ti persuase ad arruolarti nel corpo della Guardia di Finanza. E venne l'ora della partenza, un giorno gelido e tempestoso di febbraio del millenovecentosedici. Avevi diciotto anni. A piedi, solo t'avviasti verso la lontana stazione ferroviaria di Soverato piangendo d'incertezza e di nostalgia. Io so di una notte che trascorresti all'addiaccio, tremando di freddo e di paura in un cimitero sul fronte d'Albania. Di tutta la guerra che ti travolse nel delirio d'Europa non mi resta da te, che questo fragile ricordo. Poi la pace, rapidi avvenimenti di violenze, di sangue e di silenzio duro, improvviso, lungo. Non potevi capire, nessuno t'aiutava, oltre uno smarrito senso di sconfitta vasta, invisibile. Frequentavi il corso allievi sottufficiali, diventasti vice-brigatiere. Ora, di quando in quando, ritornavi Al paese e i notabili, con una punta (sempre meno palese) di condiscendenza ti tenevano uno di loro, e gli antichi studenti era come se non ti avessero mai dimenticato. Ma quelli dell'osteria usavano con te una rancurosa confidenza simile a un rimprovero immeritato. Poi fu la nostra infanzia, Zara, Orsera, Fiume, S. Martino, Mattuglie, Caisole. Di quegli anni non mi restano che questi nomi, come un'eco smarrita della memoria. L'Europa s'estenuava in un'angoscia di terrori e speranze quando ti vinse la nostalgia dei ritorni. Il mio ricordo degli anni che seguirono è di prati e di colline perpetuamente nel sole oltre le case e i vicoli squallidi, di donne sulle soglie attente ad una violenza lontana come una leggenda, che le scuoteva a giorni, in urla di dolore. Definitivamente entrato nell'accolita dei notabili del paese ne scoprivi, antichi e irrimediabili, l'inganno, l'ipocrisia, il vuoto che si nutriva d'odi meschini, di grottesche risse, di vile prepotenza… Non avevi scelta. Accettare quel mondo non sapevi. Ma era la meta di lunghi anni, di tenaci sogni, non osavi distaccarti. Fuori d'esso era maggiore il vuoto, più sordo, più corrotto, ostile a quella che solo potevi dare, inutile pietà. Eri prigioniero della tua vita. Ora intendo i tuoi lunghi silenzi delusi e amari, l'ire eccessive e improvvise, l'ironie il disprezzo. Ora intendo la confusa, tenace, smisurata speranza del mio avvenire. Con la fede d'un escluso credevi alla cultura come a un bene sicuro e vasto d'umanità, di forza e di giustizia. Non si vince da soli. È assai che tu abbia salvato lungo la tua vicenda, fra le nebbie dell'ignoranza, dell'orgoglio lusingato, il senso della giustizia e della misura, l'ironia, il rispetto agli altri, la dignità dinnanzi a te stesso. Di più non potevi. T'aveva anche deluso la viltà della mia solitudine, quando come un'insidia certa e inevitabile prese a serpeggiarti nelle vene, la morte. Era ormai la vecchiezza. Il paese nella sua vicenda incessante di risse e di miseria, di fughe e di ritorni, straniava. T'avanzava di tutta la tua vita, un senso scontroso di vuoto e intense tenerezze. Io non potevo capire che a tratti, in silenzio. Ora è un giorno d'ottobre, Satriano è lontana, la giovinezza è finita, da anni sei morto. E io non voglio credere ch'è stata inutile la tua vita. Vincenzo Guarna

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I limoni

Albero LimoneAscoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla: le viuzze che seguono i ciglioni, discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.Meglio se le gazzarre degli uccelli si spengono inghiottite dall' azzurro: piú chiaro si ascolta il susurro dei rami amici nell' aria che quasi non si muove, e i sensi di quest' odore che non sa staccarsi da terra e piove in petto una dolcezza inquieta. Qui delle divertite passioni per miracolo tace la guerra, qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed é l' odore dei limoni. Vedi, in questi silenzi in cui le cose s' abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l' anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità Lo sguardo fruga d' intorno, la mente indaga accorda disunisce nel profumo che dilaga quando il giorno piú languisce. Sono i silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata Divinità Ma l' illusione manca e ci riporta il tempo nelle città rumorose dove l' azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. La pioggia stanca la terra, di poi; s' affolta il tedio dell' inverno sulle case, la luce si fa avara - amara l' anima. Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d' oro della solarità. (Eugenio Montale, Ossi di seppia)

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