Luciano Battaglia e Michele Drosi è la sfida "non ufficiale". Mentre cominciano a circolare le notizie civetta

Foto di SatrianoSatriano - scriveva Oscar Wilde: “l'autorità è sempre degradante, degrada sia coloro che la esercitano e sia coloro che la subiscono”. Chissà se a Satriano, dopo avere letto questo aforisma i nomi degli aspiranti a candidarsi a sindaco cominceranno a diminuire. In realtà di definito c'è ben poco. I nomi che si fanno con una certa attendibilità sono quelli di Michele Drosi, dirigente regionale dei Ds che da tempo conferma di essere disponibile a candidarsi dichiarando di essere impegnato a formare una coalizione per amministrare il paese e di Luciano Battaglia, assessore ai lavori pubblici e già sindaco di satriano che sulla sua candidatura non conferma e non smentisce. Intanto il tempo trascorre e l'appuntamento previsto per la prossima primavera quando si voterà per il rinnovo del civico consesso si avvicina generando sempre più interrogativi. Le domande più frequenti che si fanno negli ambienti politici cittadini attualmente sono: quanti candidati si contenderanno gli scranni di palazzo di città? Luciano Battaglia e Michele Drosi sono gli unici nomi o ce ne sono altri? E ancora: chi sono gli aspiranti assessori delle prossime giunte? È tutto oro quel che luccica o quel che si vede non corrisponde alla realtà e dietro le quinte i giochi e le intese restano aperti a soluzioni difficilmente ipotizzabili? Tante domande e poche risposte riferibili sia a destra che a sinistra. Vero è che l'abitudine al trasversalismo e al trasformismo a satriano, come in gran parte del nostro paese non è una novità. Ancor più se si considera che in una piccola comunità, il consenso verso questo o quel candidato non è dettato spesso dall'appartenenza politica come avviene per altre competizioni elettorali (Camera, Senato, etc.) Ma da altri motivi. Ecco perché le domande e le notizie che si rincorron, solitamente frutto di fantapolitica, trovano terreno per diffondersi. Ma spesso si tratta di notizie civetta. Ovvero delle notizie messe in campo per sondare gli animi e gli intenti dell'opinione pubblica ma prive di un reale fondamento. Esiste, in materia, un precedente abbastanza autorevole. Nel 1991 l'allora ministro delle finanze, rino formica fece circolare notizia di un imminente condono fiscale. Lo fece per saggiare la reazione dell'opinione pubblica. La stampa prese la notizia per buona e la divulgò e commentò congruamente. Toccò poi allo stesso ministro smentirla e dichiarare apertamente che si era trattato, così si espresse, di una comunicazione-civetta. Insomma quanto basta per valutare attentamente e serenamente quanto viene dichiarato in attesa che i giochi si concludano. Intanto il tempo stringe e la satriano politica non nuova ad esperienze di liste last-minute non si ferma. Ai cittadini resta un ultimo interrogativo: verranno ufficializzati i nomi dei candidati a sindaco in tempi ragionevoli per consentire agli elettori di valutare senza fretta programmi e uomini che dovranno amministrare nel quinquennio 2007-2012 la città? Qualcuno pensa, e forse spera, che si finirà in zona cesarini. Fabio Guarna (Fonte: il Quotidiano della Calabria)

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Addio professore Gallina

Oggi il "Quotidiano della Calabria" titola in prima: "ADDIO PROFESSORE GALLINA". Francesco Gallina, direttore responsabile de "Il Quotidiano della Calabria" è morto ieri nella sua casa di Cosenza. Aveva 82 anni. Scompare un uomo stimato e ricordato non solo per le qualità professionali ma anche per lo stile discreto e raffinato che ha sempre contraddistinto il suo agire.

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Conclusa la rassegna culturale dell'estate cariatese "Luoghi e sguardi della letteratura calabrese"

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO Letteratura calabrese a CariatiL'importante iniziativa di promozione della nostra letteratura, recentemente avviata dalle case editrici Rubbettino ed Ilisso, con la pubblicazione delle opere di grandi scrittori di Calabria, come Corrado Alvaro, Fortunato Seminara, Mario La Cava e altri, ha trovato una corrispondenza significativa nella rassegna letteraria promossa dall'Amministrazione Comunale di Cariati per l'estate 2006. La manifestazione, intitolata Luoghi e sguardi della letteratura calabrese, per indicare il racconto che scrittori, saggisti e studiosi hanno fatto «di una Calabria immensa, formata anche da quella costruita da tanti corregionali nel mondo», si è conclusa nei giorni scorsi. L'obiettivo, ha spiegato l'assessore alla Cultura del comune jonico, Cataldo Perri, è stato quello di valorizzare le opere di autori locali e del più vasto panorama regionale e nazionale, insieme al centro storico di Cariati che, per importanza e caratteristiche, offre sempre un incantevole scenario. «La Calabria va riscoperta come grande corpo pensante che vive accanto alla grande cultura d'Italia e dell'Europa» ha affermato il noto critico letterario e meridionalista Pasquino Crupi, alla cui presenza, il 29 luglio, è stato dato il via alla serie di incontri. Intervenuto con l'editore Demetrio Guzzardi in occasione della presentazione del volume Dingo (Progetto 2000) dello scrittore Paolo Catalano, originario di Siderno, il professore ha sottolineato la validità dell'iniziativa culturale, affermando che «l'intellettuale vero è quello che si lega al luogo, ma sa anche indagare i temi che ad esso s'intrecciano, e, quindi, sa andare oltre». Il secondo appuntamento, incentrato sulla tradizione popolare orale, ha avuto per protagonista lo storico Romano Liguori che, con gli apporti del critico letterario Franco Nigro Imperiale e di Anna Scola, docente e dialettologa, ha presentato la sua raccolta di canti popolari intitolata Cariati è bella e nnha ru numu (Grafosud). A seguire, lo scrittore Carmine Abate, che in un'intervista al giornalista Gianluca Veltri, ha presentato il suo ultimo romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori); quindi si è svolto il primo degli Incontri mediterranei, durante il quale i poeti Rocco Taliano Grasso e Gerardo Leonardis si sono confrontati con l'intensa opera di Mohamed Bennis, uno dei poeti marocchini più stimati nel mondo arabo. Il programma è proseguito con un dibattito sulle storie e i temi dell'emigrazione contenuti nel volume Calabria altrove (Progetto 2000) della scrittrice e giornalista Assunta Scorpiniti che, tra l'altro, ha introdotto e coordinato la maggior parte degli incontri della rassegna letteraria e che, nell'occasione, ha presentato una sua ricerca iconografica sulle tre generazioni di emigrati in Germania; all'incontro hanno dato un interessante contributo il sindaco di Cariati Filippo Sero, che, nel suo intervento ha espresso idee e propositi d'impegno nei confronti delle migliaia di cariatesi che vivono altrove, l'editore Demetrio Guzzardi, il presidente dell'Ente Autonomo Fiere di Cosenza Francesco Savastano, i calabresi nel mondo Giovanni Calabrò, Giovanni Fortino e Giuseppe Parise e lo storico Franco Liguori. Ed è stato anche lui a chiudere la rassegna, il 19 agosto, con la presentazione del suo saggio Sybaris tra storia e leggenda (Bakos), di cui hanno parlato Adele Coscarella, del dipartimento di Archeologia dell'Università della Calabria, Gerardo Leonardis e Rocco Taliano Grasso, Assunta Scorpiniti e i giornalisti Lenin Montesanto e Pasquale Loiacono; le conclusioni sono state tratte dal consigliere nazionale di Italia Nostra, Teresa Liguori, che ha annunciato l'istituzione di una sezione dell'associazione anche a Cariati, di cui sarà responsabile lo stesso Franco Liguori. L'iniziativa letteraria promossa dall'assessorato alla Cultura ha ottenuto un ampio consenso; ecco cosa ha comunicato lo scrittore Paolo Catalano in una lettera inviata agli organizzatori: «(?) Cariati è un labirinto di destini che si intrecciano con le sue case, i panorami, le strade e le persone. Dà l'idea di una Calabria gentile. Molti dei suoi abitanti sanno che sono destinati a partire per terre assai lontane, ma non si lamentano di ciò. Di questo luogo è il mio editore, quello che ha avuto il coraggio di dare speranza di vita ai miei personaggi che gli sono profondamente grati. Con un manipolo di intellettuali del luogo, ci siamo ritrovati in un angolo incantevole del borgo antico di Cariati a parlare di Maria, di Rosa e di Bruno protagonisti di Dingo, mentre il caldo imperversava e pur tuttavia non riusciva a distogliere l'attenzione del gentile pubblico dal nostro argomentare (?). Pensavo mentre seguivo i vari interventi quanto sia duro vivere nella nostra regione impigliati in una minorità regionale che fa il paio con quella nazionale, disincantati e delusi del nostro essere che sentiamo marginale ed ininfluente nel processo formativo del pensiero nazionale… Allora pensavo a cosa dobbiamo aggrapparci per tentare di ritrovare un'identità credibile e moderna. L'incertezza del nostro futuro ci porta ad accettare quanto di più squallido non si potrebbe, ci rotolarci dentro una cultura, vecchia e ammuffita. Eppure un grande fatto epico ha costruito la nostra identità, solo che non ci accorgiamo di esso: sta nell'ardimento, nelle esperienze, nella cultura nuova che ci hanno portato i nostri impagabili emigranti. E però il diventare moderni non è facoltativo, ma la condizione stessa della sopravvivenza; è un obbligo imposto dal contesto, non una libera opzione morale o intellettuale. Questo è il pensiero di Bollari ed io sono d'accordo con lui; del resto è lo stesso discorso che va facendo Pasquino Crupi in un mondo provinciale che non vuole sentire e non vuole vedere. Ma non volevo addentrarmi in questo discorso, volevo dare conto di una serata che certamente resterà nella mia memoria».

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Soverato ricorda Giacinto Facchetti

Foto Facchetti Soverato - La Soverato nerazzurra e tutto il mondo del calcio piange Giacinto Facchetti, il campione che ha fatto la storia dell'inter con i suoi scatti lungo la fascia laterale e rivoluzionato il modo di interpretare il ruolo del terzino. Giacinto Facchetti era stato a Soverato con la sua Inter, negli anni '70 per soggiornare e allenarsi prima di affrontare la squadra della città capoluogo a Catanzaro quando i giallorossi militavano nella massima serie. In quell'occasione non aveva mancato di visitare la cittadina jonica ed aveva fatto tappa alla tabaccheria Gualtieri. Una foto lo ritrae insieme al “tabaccaio storico di Soverato” che da allora è rimasta sempre ben esposta nella tabaccheria di Corso Umberto. Fu naturalmente un gran piacere per l'interista Gualtieri conoscere il mitico campione nerazzurro e lo fu all'epoca per molti Soveratesi che ebbero modo di incontrarlo per le strade di Soverato. Un uomo e sportivo semplice di cui si conservano tanti ricordi fra i quali un aforisma che colpisce: “sono sempre stato del parere – diceva Facchetti - che se si deve essere un esempio per gli altri ci si deve anche comportare bene. Quando andavo all'oratorio non bastava essere bravi per giocare in squadra, ci si doveva sempre comportare bene. Poi diventa un'abitudine” L'Inter è una squadra che conta tantissimi tifosi nella cittadina jonica. Lo testimonia la presenza di un “Inter Club” e i messaggi su internet provenienti da Soverato che esprimono cordoglio per la scomparsa del Presidente dell'Inter. Valga per tutti “Addio Presidente – 18/07/1942 – 04/09/2006 – pubblicato in rete a caratteri neri e azzurri”. Addio Facchetti: chi scrive era un bimbo che faceva il tifo per te e la tua inter, quando giravi per le strade di Soverato. Fabio Guarna (Fonte: il Quotidiano della Calabria)

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Satriano, 1936 e dintorni di Vincenzo Guarna

Introduzione Vincenzo GuarnaIl brano che segue è paragrafo intermedio di un lungo racconto che l'autore ha scritto tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 (senza peraltro mai pervenire alla sua stesura definitiva) e che, meritamente, a suo dire, egli subito dopo ha confinato in un cassetto dove tuttavia giace probabilmente per sempre. Si tratta di un racconto, a suo modo, “corale” essendone protagonista - nella seconda metà degli anni '30 e dintorni (1936-1940) - la comunità di Satriano e, a margine di questa la figura del suo Podestà. Un giovane avvocato, quest'ultimo, autoconfinatosi, senza vera convinzione, nel paese d'origine (destinazione, a sua volta e all'epoca, di veri “confinati” ossia dissidenti politici ovvero antifascisti di piccolo calibro e spessore) dopo un promettente inizio di carriera nella capitale dove si era laureato e aveva frequentato, con qualche positivo riscontro i freschi ambienti intellettuali interessati, soprattutto, alla “nuova arte” del cinema. Un'ultima annotazione. Lungo il contesto del racconto sono presenti, qua e là, abilmente fusi e mimetizzati al suo interno, brevi passi di autori più e meno noti della letteratura italiana (Giovanni Villani, Ludovico Ariosto, Gabriele D'Annunzio, etc.). È un “divertissement” cui l'autore indulge senza alcun fine speciale e che, per dire, trova riscontro più frequentemente di quanto non si supponga, in molti prodotti in prosa e in verso della nostra letteratura. Nel brano che riportiamo in calce questo, per così dire, “escamotage” è presente dove si parla del pensiero della morte divenuto in Satriano, come effetto della missione dei padri Redentoristi di Sant'Andrea, “pensiero se non predominante, dominante” (il flash è tratto dal saggio che B.Croce dedica al Foscolo in “Poesia e non poesia”); nella descrizione della figura fisica di padre Anoia nell'atto in cui il religioso si accinge a tenere nel Duomo del paese, la formidabile predica conclusiva della “missione” da lui guidata (il brano è desunto dal ritratto che Alessandro Manzoni fa di Padre Cristofaro – vedi “I Promessi sposi”); quindi in epilogo, nell'endiadi “le colonne e i simulacri”, tratta da Leopardi SATRIANO, 1936 E DINTORNI di Vincenzo Guarna Tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1938 Satriano, a un tratto, si immerse nell'inverno e nel Medioevo. Spazzata da un gelido vento di tramontana l'aria si fece tesa e vetrina, i giorni divennero cupi e brevi. E al tramonto lente processioni percorsero salmodiando le strade, si fermarono supplici ai calvari, s'incontrarono ai crocevia e ivi sostarono ad ascoltare predicatori estemporanei compitare dall'alto di una scala o di un balcone, terrei in volto per il clima e la novità dell'esperienza, lunghi fogli dal linguaggio apocalittico intriso di esclamazioni. Il fenomeno, ristretto all'origine ai ceti e alle generazioni, per così dire, di mezzo e caratterizzato da un non so che di gioco, ben presto si incupì e crebbe e coinvolse l'intera comunità. Si può dire che il pensiero della morte divenne in tutti se non predominante, dominante e, con esso, l'intero suo corteo di umane reazioni diverse a seconda dell'indole e della situazione dei singoli e dei gruppi. Si videro antiche inimicizie trascolorare e dissolversi come nebbie d'alba; altre farsi più dense e feroci; delinearsi nuovi patti; infrangersi solide consuetudini. E ben presto corsero voci di nascite mostruose e di eventi straordinari nei paesi vicini: e chi rinvenne sul dorso di una foglia portata dal vento nel suo balcone, chiaramente disegnata la spirale di un serpente; chi tornando a sera, dal suo lavoro in montagna, travide nell'intrico del bosco un piccolo animale di forme ignote e orribili. Fu anche, quello, il momento di maggior fortuna dei più poveri, ossia di quel particolare ceto sociale che erano a Satriano i più poveri: non mendicanti ma piuttosto clientes di una o più famiglie, da quelle meno bisognose a quelle più agiate e dalle quali, in cambio delle prestazioni più varie e diverse, ottenevano soccorso, raramente in danaro, più spesso in natura o in altri modi (una bottiglia d'olio non del migliore; un fiasco di vino sul punto di andare a male; un grumo di fagioli e di ceci spesso stantii. Ma anche un intervento presso le autorità per il disbrigo di una pratica o per la concessione di un contributo “governativo”, come usava dire, e altro ancora). Nella congiuntura, il soccorso essi l'ottennero con più frequenza e maggior garbo del solito e fu meno parsimonioso e, in alcuni casi, della migliore qualità. Ancorché fossero divenuti meno umili e talora quasi biechi e torvi nel richiedere e meno solleciti e persino restii nel proporre e rendere i loro servigi. Radice e alimento di questo complesso fenomeno era stata ed era l'opera di tre padri Redentoristi del vicino convento di Sant'Andrea venuti in paese a svolgere, - come è nei compiti dell'Ordine - una delle loro “missioni” intese a potenziare il sentimento religioso dei fedeli e a promuovere tra quelli un'intensa vita cristiana. Efficienti, pieni di zelo, infaticabili, essi, senza perdere tempo, già dal primo giorno del loro arrivo si erano messi all'opera. E uno, padre Conca, aiutato dalle suore di Maria Ausiliatrice, aveva preso ad attivare le donne e i ragazzi; un altro, padre Silva, aiutato dall'arciprete, gli uomini; il terzo, infine, padre Anoia, il leader per così dire dei tre, aveva dato inizio, la sera nella chiesa matrice alla sua predicazione (giudicata subito e a tutti i livelli, possente e straordinaria) che ebbe la funzione di coordinamento della “missione” e diede ad essa il tono, la tensione e il fervore che la caratterizzarono. In realtà, se grande fu il successo di padre Conca e di padre Silva, quello di padre Anoia fu addirittura eccezionale: le sue prediche conquistarono rapidamente tutti, dalla più oscura beghina ai notabili dell'una e dell'altra fazione, ai due dottori. Ascoltarle divenne, la sera, un'occasione da non perdere a nessun patto. Persino il Prof. Bevilacqua, trovandosi, com'era solito, a Satriano, pur premettendo d'essere “idealista”, anzi “attualista” e, dunque “ateo nel senso non volgare del termine” non si astenne dall'ascoltarne una e, ascoltatala, dal lodarne, - a malgrado, come disse “una qual certa carenza di rigore logico”- il “vigore fantastico”, la “potenza delle immagini”, insomma “l'altissima qualità letteraria”. Erano, per farla breve, veramente “da innalzar l'idea” come notò Antonio Ferraro. Certo fu a causa delle sue nefaste condizioni di mente e non già per non essere egli, d'abitudine, frequentatore della chiesa e delle sacre funzioni che il podestà quasi per tutta la durata della missione se ne privò, prediligendo (con scelta che le rammaricate esortazioni e sollecitazioni piovutegli da mille parti, perché ne desistesse non valsero a modificare e che non mancò di suscitare delusioni e sfavorevoli giudizi in tutti gli ambienti riguardo la sua intelligenza e cultura) di percorrere contemporaneamente su e giù il paese fatto, per la circostanza nuovamente e meravigliosamente deserto e come abbandonato, vuote le strade lacerate dal vento, sbarrate le porte, senza fumo i camini sui tetti. Quando però, nella penultima predica, lo stesso padre Anoia, dal pergamo si dolse della sua continua assenza, gli fu giocoforza mutare orientamento e l'ultima sera in compagnia della moglie orgogliosa e raggiante si portò in chiesa insieme a tutta la comunità locale. Quando vi giunse, - in ritardo perché sino all'ultimo, per una sorta di amaro e giocoso puntiglio, da quelli indotti, aveva resistito agli inviti della consorte -, le funzioni preliminari erano concluse e già padre Anoia, montato sul pergamo stava immobile, eretto il busto, il capo chino, le mani afferrate all'orlo della balaustra, non in preghiera, ma teso, assorto, remoto. Entrati in chiesa i due subito si separarono: la moglie attenta a non fare rumore e provocare scompiglio raggiunse il suo posto, tra le file dei banchi della navata centrale, nella zona che, per l'uso cui essa era adibita, l'arciprete, dottamente ma impropriamente chiamava “matroneo”; il podestà rimase con gli altri uomini in piedi nell'androne della navata stessa, nella zona cioè che, insieme con le navate laterali, indicheremo, sempre con l'occhio all'uso cui erano adibite e per non apparire men dotti dell'arciprete, anche se parimenti impropri, come “androneo”. Sotto padre Anoia la chiesa era gremita sino all'inverosimile, il silenzio era folto, compatto, appena segnato, qua e là, da un bisbiglio subito dissolto, da uno strusciare di panca subito spento. Si udiva in alto attraverso le nere vetrate, cupo, sincopato, il rumore del vento. Poi, perdurando il silenzio, il vento parve interrompersi e padre Anoia, eretto il capo, proteso con gesto affabile e tuttavia nervoso il braccio destro, si accinse a parlare. Era un uomo più vicino ai cinquant'anni che ai sessanta; il capo aveva nudo, salvo una piccola corona di capelli che vi girava intorno, le guance e il mento incavati, rilevata la parte superiore del volto, grandi e come ardenti d'una interna febbre gli occhi. Disse: “un funestissimo annunzio son qui a recarvi, o cari fedeli, e vi confesso che non senza un'estrema resistenza mi ci sono addotto troppo pesandomi di dovervi contristare così tanto l'ultima sera che mi intratterrò con voi”. Un sentimento misto di preoccupazione e di lutulenta ammirazione percorse la folla. Riprese padre Anoia: “solo in pensare a quello che vi devo dire sento agghiacciarmisi, per grand'orrore, le vene. Ma che gioverebbe il tacere? Il dissimulare che varrebbe? Ve lo dirò …” E fece una pausa. Ormai tra gli ascoltatori l'ammirazione aveva ceduto il campo alla preoccupazione, questa si tingeva di sgomento e già alcuni s'interrogavano sulle proprie colpe e su quelle del vicino; altri pensarono a qualche grave delitto che li avesse coinvolti e del quale ancora fossero ignari; altri si guardarono negli occhi; altri elusero l'altrui sguardo. Continuò padre Anoia: “ve lo dirò … tutti, quanti siamo qui, o giovani o vecchi, o uomini o donne, o ricchi o poveri, dotti e indotti, tutti un giorno dovremo morire: “statutum est hominibus semel mori …” Era, quanto andava dicendo padre Anoia, con piccoli adattamenti, l'esordio della prima predica del noto Quaresimale che il Gesuita Fra' Paolo Segneri (1624-1697) tenne nel Duomo di Modena in occasione della Pasqua 1667 e, precisamente, di quella che pronunciò il Mercoledì delle Ceneri. Ma nessuno lo seppe e tutti, invece, appreso in che consistesse il funestissimo annunzio, provarono un senso di sollievo subito, peraltro, venato di rimorso. Nel podestà esplose, in forma esasperata, l'usato disagio: egli si sentì stretto dalla folla e desiderò fuggire via, ma rimaneva immobile e gli sembrava di soffocare. Padre Anoia incalzava: “ohimé, che veggo? Nessuno di voi si scuote a tanta notizia? Nessuno cambia di colore? Nessuno si muta in volto? Persino in cuor vostro ridete di me che vengo a presentarvi come novità una cosa così nota? Che ognun sa? Quis est homo qui vivet et non videbit mortem?” Sono tra la gente, più numerosi di quanto comunemente si pensi, attori e attrici di singolare e schietta tempra: affatto ordinari d'abito e d'aspetto essi vivono, momento per momento, la loro vita, per quanto trita e banale essa possa essere, con una capacità di immedesimazione, una tensione scenica, un sentimento del tempo, un istinto del pubblico per niente inferiori a quelli del grande interprete di teatro o dell'istrione più consumato. Fu un'attrice così, una buia beghina che, avendo fatto seguire padre Anoia, alla sua citazione in latino, un silenzio duro e minaccioso incombente sulla folla, scattò in piedi dal suo posto in prossimità del presbiterio e con voce acuta e disperata, protese al cielo le braccia gridò: “Signore pietà, pietà Signore, pietà …”. A quel grido, nella folla fu dapprima un ondeggiamento, presto seguito nel matroneo da un incrociarsi di voci, alcune interrogative, altre perplesse, altre già commosse. Poi d'un tratto esplosero, da molte parti, pianti di bambini e strepiti di donne cui dagli andronei si sovrapposero robuste voci invitanti alla calma che confusero e peggiorarono la situazione. E fu chi credette a qualche svenimento improvviso fra la folla e girò interrogativamente il suo dubbio al vicino il quale, scambiata la domanda per notizia, la passò in questa forma ad altri che, pessimista per natura, si convinse e riferì d'un decesso improvviso; chi temette che lo assediasse, rimanendogli ignoto un qualche orrendo prodigio; altri si persuase d'avere avvertito i preludi di un sisma, altri ancora pensò fosse giunta e si stesse diffondendo notizia d'una qualche esterna catastrofe. Fu un momento terribile. Già la folla era sul punto di slanciarsi verso le uscite: si sarebbe travolta, pestata, intasata, accoppata, dilacerata, ne sarebbe derivata una carneficina. Per fortuna, padre Anoia che per la sua posizione eminente aveva potuto avere la massima contezza della situazione nella rapida successione delle sue fasi, superato agevolmente un primo momento di imbarazzo e disorientamento, intervenne in tempo a decantarla. E fosse perizia o solo un felice istinto, lo fece nel migliore dei modi, senza scadere, cioè, in lunghe spiegazioni e vane esortazioni alla calma, ma riprendendo, facendo suo e amplificando - e in questa forma implicitamente chiarendolo e illustrandolo - l'evento che l'aveva provocata: “sì - gridò con voce robustissima - pietà o Signore, pietà della nostra forza che è debolezza e della nostra debolezza che è forza, pietà della nostra povertà che è ricchezza e della nostra ricchezza che è povertà, del nostro odio e del nostro amore, del nostro orgoglio e del nostro pregiudizio …”. La tensione della folla prese a sciogliersi: le voci, lo strepito calarono subito di tono, diradarono; rimase un brusio diffuso, il pianto disperso d'un bambino e ancora qua e là qualche colpo di tosse. Poi fu nuovamente silenzio. Continuò padre Anoia protendendo il capo e le braccia verso il cielo: “cosa altro, Signore, possiamo offrirti se non la nostra domanda di pietà? Hai visto, stasera, o Signore, la nostra fragilità, la nostra viltà, la nostra inettitudine, e forse è stato questo un modo della tua imperscrutabile sapienza per dirci, ancora una volta, che siamo nulla, per ripetere alle nostre coscienze disperse e ottenebrate che siamo polvere: memento homo, memento homo quia pulvis es”. Mai più l'uomo è disposto al pianto di quando sia emerso, indenne, da un grave spavento: intanto che il suo cuore, come avulso da tutto il resto, continua anzi accentua il ritmo frenetico, il nodo dei suoi nervi si discioglie, la sua mente si sgombra, gli attraversano l'anima mille rivoli di ignota tenerezza. Simile se non uguale a questo era, in quel momento, lo stato degli ascoltatori di padre Anoia che intanto, passato dal Segneri al Bartoli (1), con voce triste e arcana diceva: “tutti siam qui passeggeri, e tutti, chi prima e chi poi, arriveremo al termine. Ma corrano, com'è in uso, le vite e le età comparate tra sé, e perciò altre lunghe, altre corte, non per tanto è vero che quelle e che queste sono ugualmente un medesimo viaggiare che finisce. E ancor qui ‘dies diei eructat verbum', perché l'un giorno ci rammenta la manchevolezza dell'altro e tutti insieme il consumare della vita …” Mentre egli così parlava, una donna e poi più in là un'altra e un'altra ancora più in là, si misero a piangere: e quel pianto, come un contagio, dapprima incerto ed esitante, poi sempre più rapido e deciso, divagò, si espanse invase tutto il matroneo. Poi rimbalzò nella navata laterale destra e qui, per un istante, indugiò, ristagnò, parve rompersi. Ma tosto, ripreso vigore, si mosse, scivolò, serpeggiò, dilagò irrefrenabile. “Vi sarà certo avvenuto di viaggiar fuor del vostro paese; e certo avrete osservato mille varietà di scene, or belle, or brutte, e paesaggi d'ogni genere, mai visti prima. Tutto questo ‘iuvit spectare, delectavit parumper attendere; dum attendis pertransisti'. Fatta sera e giunti alla meta che vi rimase di tutto ciò? Nulla, certo, tranne una debole memoria …” Ormai tutti, - si direbbe l'intera comunità satrianese - piangevano e tutti, - pur nella varietà dei pianti conformi all'indole e allo stato di ciascun piangente - ponendo, chi più chi meno, una schietta cura a non produrre moto o suono oltre al necessario. Chi esibiva, come un trofeo, le sue lacrime; chi si provava a respingerle dietro un vano sorriso che presto si mutava in una smorfia dolorosa. Qui un uomo ancora asciutto, vistosi a lato il suo nemico col volto umido e stravolto, gli tendeva in un impulso di fraternità la mano e, in atto, anche il suo volto si storceva e gli occhi si inondavano di lacrime. Là una donna chinava in forma di estrema spossatezza il volto sulla spalla della sua vicina e tosto violenti sussulti la scuotevano tutta. E c'era chi, gli occhi chiusi, enfiava le gote e poi più e più volte soffiava dalle labbra contratte. E chi, ostentando indifferenza, indirizzava con inusitato interesse lo sguardo ai rosoni del soffitto finché la sua vista si velava e annegava in una pozza di lacrime costringendolo a chinare, come in atto di dolorosa umiltà, la fronte sul petto. Si videro donne abbracciarsi e mescolare lacrime e sospiri e uomini di fiera tempra fare al viso coppa delle mani ed esprimere in questa posa un gemito sottile interminato. Altri estrarre dalla tasca il fazzoletto e portarselo al naso e soffiarvi dentro ripetutamente e intanto con gesto furtivo asciugarsi coi lembi l'umidore delle gote. Altri ancora mordersi ora le labbra, ora le dita, ora le mani contratte. E donne, poggiata l'umida bocca sulla spalliera del sedile antistante, inciderne coi denti il legno e rigarlo e roderlo; altre ravvilupparsi e scomparire nel buio del loro scialle. E ancora, uomini tossire, altri aderire alle colonne e ai simulacri e altro ancora. Anche il podestà, vile, tenero, vergognoso in mezzo a quel lago di pianto, poggiato ad una colonna, piangeva: senza memoria, senza convinzione. E intanto - come chi desto a mezzo di un triste sogno vede, durandone l'errore, rompersi e dileguare le immagini dolorose – egli guariva dal suo interno male, si lavava, per così dire, della sua solitudine. Vide padre Anoia, con un leggero moto di sorpresa tutto quel piangere, lo scrutò incerto, lo osservò interessato e già stimandolo, - del resto non senza una buona dose di ragione - per un suo nuovo e personale successo, naturalmente gli piacque di sostenerlo e prolungarlo, mirabilmente, in questo, soccorso e quasi forzato dalla parola facile e sonora. Però disse: “sunt lacrimae rerum … e allora, fratelli e sorelle in Cristo … piangiamo … in quest'angolo perduto della Terra, da questo oscuro margine della Storia, in questa scheggia del Tempo, piangiamo: per l'amore reso e per quello negato, per i torti fatti e per quelli patiti, per il bene lontano e per il male vicino, per il bene vicino e il male lontano, fratelli e sorelle in Cristo piangiamo. Del nostro odio e del nostro amore, delle onte e delle offese, delle vendette e delle ire … fratelli, sorelle, piangiamo del nostro pianto….” Così predicava padre Anoia… Vincenzo Guarna (1) Daniello Bartoli (1608-1685). Altro scrittore e predicatore gesuita. La sua opera maggiore è la ISTORIA DELLA COMPAGNIA DI GESU' pubblicata tra il 1653 e il 1673. Interessanti anche le sue prediche, alcune raccolte in un Quaresimale che andò in gran parte perduto in un naufragio. I frammenti della predica di Padre Anoia riportati nel soprastante testo sono alcuni, mutuati dal Segneri (il primo, quello immediatamente successivo e il suo prolungamento: “ohimè che veggo”) e altri dal Bartoli (quello che ha inizio con “siamo qui giù tutti passeggeri e tutti….” e quello che compare subito dopo: “vi sarà avvenuto etc.”) Sono propri di Padre Anoia i restanti ossia quelli che servono da raccordo allo svolgimento del suo discorso o che prendono via via spunto dalle reazioni o condotte degli ascoltatori e fanno fronte o bordone ad esse.

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Soverato: ricordando con la musica Mozart

Soverato - Nel duecentocinquantesimo anniversario dalla nascita, Soverato ricorda Wolfgang Amadeus Mozart con un concerto che si terrà alle ore 21,00 presso la Chiesa di Maria Ausiliatrice. L'iniziativa è stata promossa dall'associazione culturale centro studi musica sud del maestro Froio in collaborazione con l'assessorato alla cultura del Comune e la Regione Calabria. Eseguiranno alcune opere del grande musicista Austriaco, Greta Medini al violino e Mark Kadin, uno dei migliori direttori della scuola emergente Russa. L'Italian Chamber Orchestra che sarà al seguito degli artisti non è nuova ad iniziative del genere. L'orchestra del maestro Froio, nata per volere dell'associazione Centro musica sud di Soverato, come si legge nel curriculum, conta al suo attivo diverse partecipazioni a festivals di rilievo nazionali e internazionali nonché varie esibizioni all'estero (New York, Baltimora, Boston, Philapelphia, Baltimora, Washington, etc.). Nel 2005 l'orchestra è stata invitata a tenere il concerto di capodanno presso il Teatro Rendano di Cosenza e quest'anno ha messo in scena un'edizione particolare della Serva padrona di Pergolesi. Con l'iniziativa di oggi il pubblico che assisterà al concerto presso Piazza Maria Ausiliatrice, avrà modo di apprezzare, la bravura di Mark Kadin, diplomato presso l'accademia di Mosca e considerato uno degli migliori direttori della scuola emergente russa. Kadin – si apprende da una nota - su segnalazione di Mikmail Pletnev nel 1997 è stato nominato collaboratore dell'Orchestra nazionale Russa, definita dal presidente Eltzin, simbolo della nuova Russia e dal 1999 al 2003 è stato invitato da Vladimir Spivakov's a dirigere i “Virtuosi di Mosca”. Insomma quanto basta per attirare l'attenzione non solo degli amanti in genere della musica mozartiana ma anche i più esperti musicisti, che si prevede accorreranno numerosi all'appuntamento di oggi alle 21,00 presso la Chiesa di Maria Ausiliatrice. Wiki Link: Mozart Fabio Guarna (Il Quotidiano della Calabria)

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Verso l'11 settembre ricordando Joe Riverso

Joe RiversoSatriano - Era l'11 settembre 2001, al 104° piano delle Twin Towers lavorava Joe Riverso, il figlio di due satrianesi (Domenico Riverso e Teresina Zangari). Padre di una bimba a cui era molto legato, Joe, aveva 34 anni quando i kamikaze di Bin Laden si lanciarono contro le torri gemelle per provocare una strage di innocenti. Furono momenti terribili: nessun contatto coi genitori che lo cercavano angosciosamente, nessuna traccia di lui nei nosocomi e nelle strutture di soccorso dove papà e mamma di Joe si erano diretti con immediatezza nella speranza di trovarlo fra i sopravvissuti. Di Joe, pare sia stato trovato tra le vittime, non già com'era prevedibile, il cadavere ma più semplicemente una sua traccia. Joe Riverso era un giovane pieno di vitalità ed era amato e stimato da tutti. Per chi crede che dopo la morte ci sia un'altra vita, siamo certi che l'eroe Joe (così lo hanno ricordato negli States durante una commemorazione gli amici) si trovi in cielo e sia contento del ricordo che di lui conservano amici e parenti. Ed oggi che ci avviciniamo verso l'11 settembre, a cinque anni dalla morte di Joe, ci sembra giusto ricordarlo riportando le toccanti parole tratte dal testo di una commemorazione in suo omaggio apparsa sulle colonne del New York Times nel 2001 e che abbiamo avuto modo di tradurre in passato pubblicandola sulle pagine de “Il Quotidiano”. Scrive Al Riccobono, amico di Joe: “Incontrai Joe Riverso una mattina di settembre nel 1976. Arrivò alla St Anthony's School con il resto della sua classe perché la loro scuola era stata chiusa. Ma chi li voleva qui? Era strano allora, tutti questi ragazzi e ragazze che non ci piacevano e viceversa. Ciò che è accaduto l'11 settembre ha cambiato per sempre le nostre vite. Quasi tutti qui stasera siamo stati direttamente o indirettamente toccati dalla tragedia. Pensare a quello che è successo ci rattrista ed addolora. Vorrei approfittare di questo momento per esprimere le nostre condoglianze a tutte quelle famiglie e amici che sono stati devastati da questa tragedia, osservando un momento di silenzio. Questa sera siamo qui per ricordare e rendere onore al nostro amico Joe Riverso. Conoscevo bene Joe e la sua meravigliosa famiglia da quando avevo sette anni. Chiunque abbia avuto il piacere di conoscere Joe o forse l'incredibile fortuna di essere un suo amico intimo può ora riflettere e pensare quanto è stato fortunato. Essere vicino a Joe significava una giornata radiosa, un grande sorriso e allegria a volontà. Joe possedeva tutto questo. Lui era la persona più brillante che abbia mai conosciuto. Faceva sentire meglio le persone che gli stavano attorno. Joe aveva una passione per lo sport in genere. Quando Joe si metteva qualcosa in testa, potresti scommettere che l'avrebbe realizzata in maniera eccellente. Ecco chi era Joe. Era dotato di talento atletico, una mente creativa e un cuore molto grande, ecco la ragione per cui Joe era così robusto. Il miglior amico che potevi avere. Joe aveva un'aura intorno a sé che rendeva il mondo un posto migliore. Se avevi avuto una brutta giornata al lavoro o volevi trovare un posto dove sentirti meglio o ridere, bastava andare da lui… Tutti quelli che conoscono o frequentano lo Sport Page sanno esattamente cosa voglio dire. Joe riusciva a coinvolgere tutti, anche le persone che non conosceva. Nessuno ha mai detto una sola parola cattiva sul suo conto. Invece quello che si sentiva dire sempre su di lui era: “Oh, è un così bravo ragazzo!”. Joe era così preso dal suo lavoro che non riusciva nemmeno a capire quanto lavorasse duramente, ma era il suo modo di vivere. A volte faceva 3 o 4 lavori simultaneamente, ma per lui era normale. Una volta gli chiesero perché conduceva una vita così frenetica e rispose che dedicava tutto quel tempo al lavoro perché non voleva mai dire NO a sua figlia di sette anni, Danielle, quando gli chiedeva qualcosa. Mi sembra che Joe abbia imparato tutto questo dai suoi genitori, che hanno educato il proprio figlio nel migliore dei modi. Alla sorella di Joe, Maria e ai fratelli Ralph e Will dico: “per favore cercate di ricordare sempre questi bei momenti che dureranno per sempre. Nessuno potrà mai portarli via”. La cena di questa sera è solo un piccolo segno di quanto Joe era amato e stimato e di quanto ci mancherà. E ora ritorno indietro con la mente a quella mattina di settembre nel 1976 alla scuola di St Anthony quando quel ragazzino entrò in classe … vorrei avere saputo già da allora che … stava entrando il mio eroe. Joe, ti volevo molto bene e ti rispettavo tantissimo e ancora non so come farò senza di te, ma come al solito tu probabilmente avrai già la risposta e allora per favore aiutami … Grazie “. Il memorial site di Joe Riverso Fabio Guarna (Fonte: il Quotidiano della Calabria)

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Presentazione del libro Soverato Vecchia di Michele Repice Lentini

Soverato Vecchia di Michele Repice Lentini Domenica 10 settembre 2006 nella Chiesa matrice Maria SS. Addolorata di Soverato Superiore alle 18:30 verra presentato il volume Soverato Vecchia di Michele Repice Lentini, del quale vi riportiamo la prefazione:

Sapete perché Soverato Vecchia

si chiama Soverato Vecchia e non Soverato Antica?

Perché è vecchia, quindi vuol dire che è ancora viva!

Se fosse antica, sarebbe morta già da un pezzo...

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Ulixes per il turismo

Incontro Ulixes a SoveratoSoverato - I giovani dell'Ulixes, come promesso nei giorni scorsi in un incontro nella cittadina jonica, si sono ritrovati a Soverato per parlare di turismo e lo hanno fatto invitando il massimo rappresentante in materia a livello Regionale: l'assessore al turismo Beniamino Donnici. Accanto all'esponente della giunta Loiero c'era Filippo Capellupo, assessore della provincia di Catanzaro al turismo, Sergio Caristo, presidente Pro-loco Soverato e Giancarlo Tiani, presidente del consiglio comunale della città. I lavori introdotti da Tiani che ha portato i saluti dell'amministrazione comunale sono stati moderati da Fabio Melia del direttivo dell'associazione Ulixes . Un sodalizio “che unisce gli universitari della Calabria, - ha spiegato il presidente dell'associazione Salvatore Scalzo - che vogliono essere protagonisti del riscatto della propria terra”. Tracciando un primo bilancio generale, Donnici ha valutato positivamente i risultati  della stagione turistica che, a suo giudizio, hanno superato ogni previsione. L'esponente politico ha quindi brevemente passato in rassegna le azioni portate avanti dal suo assessorato per promuovere l'immagine della Calabria e attirare visitatori. Un lavoro ha spiegato Donnici condotto in punta di piedi e che si è concretizzato in una serie di iniziative come quella di  promuovere voli charter diretti nella nostra regione e la messa a regime di una serie di riforme nel settore. Al riguardo Donnici ha ricordato l'abolizione delle apt e la riforma della legislazione turistica. Si è aperto quindi un interessante dibattito che in apertura, sollecitato dall'intervento di Vincenzo Capellupo, vicepresidente dell'Ulixes, si è sviluppato sugli argomenti del mare pulito, sulle presenze registrate in questa stagione e sull'integrazione cultura territorio. Gianvito Casadonte, inventore del Magna Grecia Film Festival, facendo riferimento alla sua esperienza ha evidenziato l'importanza di sostenere progetti simili al MGFF, mentre Sergio Caristo ricordando alcune iniziative della Pro-loco finalizzate ad analizzare il fenomeno del turismo ha spiegato come sia importante garantire servizi a coloro che decidono di visitare la nostra regione, valorizzando al contempo le risorse (artistiche in primis) di cui dispone. Durante la discussione i giovani hanno fatto alcune proposte che l'assessore ha accolto, pur precisando che si tratta di misure già in atto e avviate da tempo. Non sono mancati i riferimenti, sollevati dal giornalista Gianni Pitingolo presentatosi in veste di semplice cittadino, ad alcune problematiche strettamente locali che possono nuocere all'immagine turistica del comprensorio come nel caso dei recenti problemi del depuratore di Badolato. Prima delle conclusioni di Donnici sono intervenuti  Martino Ranieri dell'associazione Ulixes e Alfredo Fanuele, funzionario ai beni culturali. L'assessore infine si è affannato a spiegare ad un pubblico esigente a fare domande e che appariva in alcuni casi propenso anche a darsi risposte, che la prossima sfida per lo sviluppo del turismo in Calabria si concentrerà nella capacità di  sapere investire nel migliore dei modi i prossimi fondi comunitari. Fabio Guarna (Fonte: il Quotidiano della Calabria)

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In libreria "Il film delle emozioni", il saggio del satrianese Raffaele Calabretta ricercatore del CNR

Il film delle emozioni Satriano - Edito dalla Gaffi Editore è possibile trovare in libreria il libro “Il film delle emozioni”, un “romanzo, saggio, manuale – titola il Messaggero - sulla difficile arte di vivere i nostri giorni”. L'autore è un satrianese doc, Raffaele Calabretta nato nel 1963 nella cittadina delle pre-serre e che ora vive a Roma dove è ricercatore all'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr. Calabretta, si occupa in particolare di studiare l'evoluzione del cervello. Il ricercatore satrianese ha tenuto seminari in ogni parte del mondo (Konrad Lorenz Istitute di Vienna, Royal Society di Londra, Yale University, Accademia Nazionale dei Lincei, etc.) e ha scritto diversi saggi. Nel libro “Il film delle emozioni” l'autore rivela una vocazione letteraria che insieme allo sfondo di una penetrante cultura scientifica provoca nel lettore il gusto della lettura per così dire “alternativa”. Calabretta infatti, nel raccontare la storia di Gabriele, il protagonista del libro, nel quale sembra riconoscersi lo stesso autore, rivela una vocazione letteraria che unita alle conoscenze scientifiche provoca nel lettore curiosità e riflessioni. Come avviene nel caso, che ha colpito il giornalista, saggista e critico letterario Filippo La Porta e attentamente riportato nella recensione del libro di Calabretta apparsa sul “Messaggero” a proposito del sorriso. “Lo sapevate – scrive La Porta – che dei 19 sorrisi di cui è capace l'essere umano solo uno è autentico, nel senso che esprime una gioia vera? E si riconosce infallibilmente per una precisa caratteristica: coinvolge il muscolo orbicolare (muscolo che quasi nessuno riesce a contrarre a piacimento”. Si tratta di una informazione che colpisce e che si attinge da “Il film delle emozioni”. Un saggio, dunque, molto apprezzato che come è possibile leggere dal sito dell'autore ha ricevuto numerosi giudizi favorevoli. Citiamo quello di Domenico Parisi, presidente dell'Associazione Italiana di Scienze cognitive: “L'idea di fondo è bella e interessante. La scrittura semplice e chiara, la struttura - scrive - è originale (una sorta di “meticciato”). Ambedue coinvolgono e sono al passo con i tempi. Bella la copertina - prosegue - e anche il variare degli stili all'interno. È un libro molto attuale: ricorda le sperimentazioni che fanno oggi i giovani architetti”. Fabio Guarna (Fonte: il Quotidiano della Calabria)

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